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Una gita a...

Lunedì, 25 Maggio 2015 16:32

Vieni avanti Torino

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La Mole dalla Mole La Mole dalla Mole Faberbart

L'occasione era di quelle troppo ghiotte per lasciarsela sfuggire: MdS editore che decide di presentare al Salone Internazionale del Libro di Torino proprio “Sulle spallette alle nove – storia di una notte pisana”, il romanzo del collettivo Ottomani di cui sono stato curatore e coautore. Come non organizzare subito una trasferta nel capoluogo piemontese, dunque, dandosi arie da intellettuale con una passione carnale per la narrativa, ma con l'unico proposito, in realtà, d'annegare nel barolo? E così, all'alba di venerdì 15 maggio sono alla guida di Giulietta, col muso puntato in direzione Mole. In macchina con me Cristina e Vittorio, su quella che ci segue Giovanni e Alice, quest'ultima con parenti assortiti al seguito. L'idea sarebbe quella di fare tutta una tirata fino alla metropoli gianduiotta, ma dopo otto minuti di viaggio siamo tutti affamati come naufraghi e con le vesciche gonfie come pentolacce, e così ci fermiamo all'Autogrill, catena già famosa per aver dato i natali al panino più cattivo del mondo, quel famigerato Fattoria che ha ormai sostituito il carbone nelle minacce per bambini ("se sei cattivo la befana ti porta un fattoria"), e che ora vende a sei euro dei sandwich dove il prosciutto crudo, come l'acqua su Marte, è stato visto per la prima volta solo grazie al telescopio Hubble.

Ad ogni modo, una volta rifocillati e alleggeriti, ci rimettiamo in marcia. Giovanni ha uno scatto d'orgoglio e decidere di prendere la testa. Sfortunatamente è convinto che Torino sia una piccola città nei dintorni di Granada e quindi arrivato nei pressi di Genova ignora il bivio per Alessandria e tira dritto in direzione Ventimiglia. Cristina chiama Alice al telefono per chiedere spiegazioni e lo sente in sottofondo domandare a un passante "Donde esta la Plaza de Toros?". Decidiamo così di procedere autonomamente: ognuno raggiungerà l'hotel Pacific Fortino con mezzi propri.

Alla fine, comunque, ce la facciamo tutti, e dopo aver scaricato i bagagli ci muoviamo in direzione lingotto. Annaspiamo un po' nel traffico torinese, anche perché il navigatore, che non ha mappe aggiornate e suppone che il Piemonte appartenga ancora ai Merovingi, ci invita ripetutamente a tuffarci nel Po e procedere a nuoto, ma il nostro ingresso è trionfale: Vittorio s'è portato dietro, per scopi non chiariti, tre casse di birra B.A.T., il suo birrificio artigianale, e quindi entriamo nel salone col cartellino da addetti ai lavori al collo, le braccia cariche e l'aria di chi non hai mai letto un libro in vita sua e si deve occupare solo del party di fine giornata. Io sono tentato di urlare "toga, toga, toga!", come Belushi in Animal House, ma mi trattengo. Anche perché non c'è tempo: Sara, la presidentissima di MdS, ci ha organizzato un'intervista con una tv privata e dobbiamo correre davanti alle telecamere. Sfortunatamente s'orienta nel Palafiere come Colombo alla ricerca delle Indie e ci conduce esattamente dalla parte opposta del Salone. Quando finalmente raggiungiamo il posto giusto la troupe ha già smontato tutto, anche se lei pretende di convincerci che non è così e che la giornalista che ci deve intervistare è quella ragazzina di tredici anni con i brufoli e l'apparecchio ai denti che sta riprendendo tutto intorno col telefonino. La perdoniamo solo perché dopo due giorni di salone è già stanca come Dorando Pietri all'arrivo della maratona di Londra del 1908 e presente a se stessa come un hippy sotto acido. Io e Giovanni tentiamo di scommettere qualche Euro sul suo decesso entro la fine del week-end, ma alla SNAI ci rispondono che non c'è quota. Anche per noi, comunque, ambientarci non è facile, perché lo spazio è enorme e l'allestimento impressionante: i giganteschi stand delle grandi case editrici confinano con quelli dei piccoli editori, i best sellers sono a pochi metri dalle opere di illustri sconosciuti. Alice vede una pila di libri di Moccia e dice: "ah, bene, lì c'è il cesso!". Fatichiamo non poco a convincerla dell'errore e quindi raggiungiamo lo stand di MdS editore, nella zona Incubatore, quella riservata alle case editrici con meno di due anni di vita e dove, la mattina dopo, si svolgerà la nostra presentazione. Lo spazio a disposizione è minimo, ma Carmine, Elena, Fabio e Sara hanno fatto un lavoro eccellente e vedere il nostro "sulle spallette alle nove" far mostra di sé in quel contesto è comunque emozionante. Girovaghiamo un bel po' in quel salone delle meraviglie letterarie, come bambini in un parco dei divertimenti. Cristina si ferma allo stand Sellerio, dà un'occhiata ai titoli di punta e chiede: "ma lo zucchero filato ce l'avete?". Nel frattempo arrivano un po' alla volta anche gli altri Ottomani: Silvia, Francesca, e infine Giulia, che fino a sei ore prima era a Roma a vedere gli internazionali d'Italia e c'ha ancora sotto la gonna du' palline da tennis come Arancia Sanchez (almeno così dice a noi). Mancano solo Annalisa, bloccata a Pisa per lavoro, e Sara, che ha optato per una partenza, definibile "intelligente" solo con molta fantasia, alle 4 del mattino dopo. Fra chiacchiere, acquisti, frizzi e lazzi, ricchi premi e cotillon perdiamo un sacco di tempo e così siamo in sensazionale ritardo sul nostro programma serale, che ci vuole a cena in osteria sulla collina di Superga insieme a Luisa, amica biellese di nascita e torinese d'adozione, ma col cuore rimasto sui lungarni pisani. Oltre al cuore, però c'ha evidentemente lasciato anche il senso dell'orientamento, perché non è affatto in grado di condurci al ristorante che lei stessa ha prenotato e tentata ripetutamente di sperderci nei dintorni di Pinerolo. Proviamo ad affidarci al navigatore, ma ben presto scopriamo che esiste una "via di superga" praticamente in tutti i comuni della cintura torinese, e quindi vaghiamo per circa un'ora sui tornanti bui della collina. A un certo punto troviamo persino la neve e un Frustacchio, piccolo roditore di montagna che si credeva estinto già nel cenozoico. "Investiamolo e arrostiamolo", propone Cristina, affamata come un profugo. Quando arriviamo finalmente al "Bel Deuit" sono quasi le undici e i camerieri riescono a malapena a mascherare dietro la proverbiale cortesia piemontese il desiderio di annegarci nella bagna cauda. La cena, però, si rivela sensazionale fin dalla tartare battuta al coltello e dalla crema di gorgonzola alle noci, e culmina in un brasato al barolo di commovente tenerezza. Un paio di bottiglie di barbera d'Alba fanno il resto. Sulla via di ritorno facciamo una breve sosta alla basilica, per ammirare Torino dall'alto. Ci starebbe bene anche un pellegrinaggio alla stele dedicata all'unica squadra della città degna d'essere ricordata, il Grande Torino di Valentino Mazzola, schiantatosi qui durante il ritorno da una trasferta a Lisbona per colpa d'un altimetro impazzito, ma pioviggina e tira vento quasi come quella notte del '49 e ormai s'è fatto tardi, dunque decidiamo di rientrare e svenire nei letti king size delle nostre camere d'albergo.

Al mattino dopo portiamo tutti quanti sul volto i segni della notte brava sulle colline: Giulia c'ha due occhiaie da panda, Alice, in paranoia per l'imminente presentazione, è rinchiusa in un ostinato mutismo e comunica solo a gesti, io, come tutti gli intossicati da alcool, per ripigliarmi avrei più bisogno d'un bicchiere di barolo che d'un caffè, e Giovanni ha la vitalità di un deportato.

L'unica che sembra aver già smaltito gli eccessi della sera prima è Cristina, che saccheggia come un Unno il ricco buffet della colazione. In qualche modo, comunque, riusciamo a presentarci puntuali all'appuntamento con la presentazione. È arrivata anche Sara, che ha costretto i suoi a svegliarsi alle tre del mattino per arrivare a Torino per tempo; all'inizio i tre vengono in effetti scambiati per i non morti di "the walking dead", ma con il passare dei minuti e con l'emozione della presentazione recuperano un colorito da persone vive.

A mezzogiorno in punto è tutto finito. Abbiamo parlato del nostro libro davanti a una buona platea e siamo tutti soddisfatti per esserci contrabbandati per scrittori veri. Giovanni tenta addirittura di assumersi la paternità di "Delitto e castigo", ma viene ben presto smascherato perché, per risparmiare, s'è fatto una lunga barba bianca alla Dostoevskij col polistirolo espanso. Il cartellone del Salone, comunque, è davvero ricco e gli incontri a cui varrebbe la pena di assistere si susseguono l'uno dopo l'altro. Sfortunatamente però c'è anche una bolgia da finale di champion's league e alle lunghe l'aria viziata e il rimbombo di chiacchiere da concerto dei black sabbath intontiscono come un primo round sul ring con Tyson. Anche senza partecipare agli appuntamenti fissati, però, basta girare per gli stand per imbattersi in personaggi conosciuti. Nel giro di un'ora incrocio infatti Severgnini, Boralevi, Marcorè e un vecchietto coi capelli bianchi che identifico come il nonno di Enrico Mentana. Poco dopo la mia attenzione viene attratta da una truppa di sei persone che inspiegabilmente corricchiano in fila indiana all'interno dell'area ristorante. Al centro riconosco Saviano, che il solerte servizio di sicurezza tenta ovviamente in ogni modo di far passare inosservato.

Io, Cristina, Giulia e Silvia resistiamo per qualche ora, poi cotti come bracioline fritte e in astinenza da ossigeno, decidiamo di lasciare il salone e concederci una lunga passeggiata in una Torino assolata e magnifica. Da piazza Veneto al Palazzo Reale, dalla Mole al LungoPo, la città sabauda fa bella mostra di sé e ci seduce, coi suoi larghi boulevard di stampo parigino e la sua aria elegante. Silvia scatta 1600 foto in un quarto d'ora e s'aggiudica il premio "giapponese dell'anno".

Ci tratteniamo in centro per cena. Giulia, sedotta dal nome e dalle trombe a stantuffo appese alle pareti, ha scelto l'Osteria degli Ottoni, accogliente locale dalle parti di Piazza Bodoni. Ci raggiunge lì anche Vittorio, che quando c'è da mangiare e soprattutto da bere non si tira mai indietro, e così replichiamo la serata di bisboccia del giorno prima, pur senza raggiungere le stesse vette culinarie, specie per via d'una composta di pere servita come accompagnamento all'anatra talmente dolce da diventare diabetici solo fissandola troppo a lungo.

Il giorno dopo, Domenica, è quello fissato per il rientro, ma non si può andare a Torino senza visitare il museo nazionale del cinema. Allestita dentro la Mole Antonelliana l'esposizione dedicata alla settima arte è di quelle capaci di mozzare il fiato, specie a un fanatico della celluloide come me. E infatti non riesco a fare a meno di restare incantato di fronte a ogni pannello, letteralmente cibandomi di ognuna delle attrazioni che ripercorrono la storia della macchina da presa, dalla Fantasmagorica all'Arrivo del treno nella stazione di Le Ciotat" dei fratelli Lumiere. Fatalmente finisco staccato dal gruppo, come Cipollini sul Pordoi, ma la cosa non mi dispiace: il cinema è un dialogo emotivo individuale con ciò che sta di là dallo schermo, non con chi è dalla tua stessa parte. Per viverlo appieno, per viverlo intensamente fino quasi a commuoversi di fronte al manifesto originale de Il settimo sigillo, dunque, bisogna essere da soli. Sto ancora idealmente giocando a dadi con la morte quando un'orda di barbari sotto forma di scolaresca invade i corridoi, percorrendoli, sotto la guida del brillante insegnante capobranco, in direzione esattamente contraria al percorso di visita. Il dramma bergmaniano si trasforma perciò rapidamente in un horror splatter in cui 25 adolescenti sono infilzati tipo spiedino nella guglia della Mole, col loro professore, impalato, in vetta. È solo un sogno ad occhi aperti, purtroppo, ma sulla vetta, grazie all'ascensore interno ci saliamo davvero. Tutti tranne Giulia, che soffre di vertigini dalla prima volta che è andata a sciare, quando, non sapendo come uscire dal casottino, ha fatto otto volte di fila il giro dell'ovovia di Canazei. Mangiare, invece, le riesce bene, e così con lei, Cristina e Silvia ci concediamo un'ultima degustazione di prelibatezze sabaude, questa volta al Bistrot Turin, pittoresca enoteca vicina al palazzo reale, dove Silvia, stordita forse dall'intenso sapor d'acciuga, decide saggiamente di dimenticare la macchina fotografica e gli otto giga di istantanee scattate in due giorni. Splende un sole magnifico, che regala alla città una domenica di caldo estivo e dona riflessi argentei persino all'acqua inquinata del Po. Torino, a differenza di Giulia, ce la mette tutta per rendere difficile lasciarla, ma sono ormai le quattro del pomeriggio e per ciascuno di noi è tempo, nel suo pensier, di  far ritorno al travaglio usato. Accanto alla sindrome del sabato del villaggio resiste però una convinzione: che quello con Torino, vuoi per un altro salone del libro, vuoi per una scampagnata nel parco del Valentino, vuoi per un'orgia di salsiccia, nebbiolo e gianduiotti, non sia un addio ma solo un arrivederci a presto.

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