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Necessità movimento

Mercoledì, 17 Giugno 2015 22:40

Perché D’Annunzio era un corridore

L’esperienza di Piero nella sua sesta 0-3000

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Spiegare perché si diventa dipendenti dalla corsa non è affatto impresa semplice. Capire il senso dell’alzarsi presto anche di domenica, di non saltare le feste, di fregarsene delle condizioni atmosferiche e di quelle fisiche; il non concedersi un giorno di pausa, l’andare contro il vento e la pioggia, l’asfalto e le pietre, le salite e i declivi, i precipizi e le spine. Questo concetto, questa folle filosofia di vita che investe la mente catturandola, appropriandosene, spingendola alla sua massima potenza beh, questo non è comprensibile per chi di competere non ha assolutamente né voglia, né idea, né curiosità. Correre è una continua, infinita, appagante sfida tra il corpo e la mente: se sei un purista egocentrico la mente vince sempre anche se il corpo perderà certamente in funzionalità. Ma a un corridore vero al massimo della concentrazione di endorfina, del corpo importa poco. È la mente che comanda, è lei che ti spinge a provare nuove strade, a cercare salite più ripide, fondi sterrati o disconnessi, a superare chiunque ti trovi di fronte, a snobbare quelli che vanno in palestra, quelli che pedalano su due ruote, quelli che giocano a calcio. Quando corri il D’Annunzio che c’è in te si gasa, ti spinge, ti gonfia: quel superuomo che ti abita prende il posto di te stesso, usurpa tutte le cavità e i vicoli e non lascia spazio più a niente. E puoi sfrecciare all’infinito.

Il mio amico Piero è una persona umilissima e sorridente, uno che fa Tic Tac. Non si direbbe che in lui alberghi un D’annunzio e invece…

Lui, che di mestiere fa l’enologo, che bazzica con le viti e i grappoli d’uva (dunque è geneticamente predisposto alla follia, allo sdoppiamento di personalità), ha questa ossessione malata per la corsa. Lui, che fino alla settimana prima era infortunato, ha partecipato lo stesso e lo stesso ha tagliato il traguardo nonostante il dolore all’inguine, alle gambe e a tutto il corpo. Ma secondo voi uno che si è fatto la 0-3000 5 volte come avrebbe potuto snobbarla proprio quest’anno in cui l’ha organizzata? Lui fa parte dell’ASD Etna Trail, guidata dal presidente Carmelo Santoro: un’associazione di sportivi appassionati che ha dato vita ad una delle edizioni più belle di una gara estrema disputata per la prima volta nel 2003 da solo 3 concorrenti. Cosa sia la 0-3000 ve l’ho anticipato e se siete cool dovreste averne sentito parlare: non è mica la garetta di paese o una classica maratona! Ma oggi non mi sento cattiva e vi rinfresco la memoria. Sia chiaro, solo perché ci godo a parlarvene e perché molti di voi o non fanno attività fisica o escono stremati da un’ora in palestra. Ovviamente lamentandosi.

3000 m di dislivello, mare a montagna, asfalto e sterrato, caldo e freddo, 42km e innumerevoli sensazioni. Certo che è da esaltati: i quasi 300 atleti provenienti da tutta la penisola e da altre cinque nazioni lo sapevano benissimo in cosa si sarebbero dovuti cimentare. E sempre quel D’annunzio ha detto loro che ce l’avrebbero fatta, che partire dalla spiaggia di Marina di Cottone  il 13 giugno 2015 alle 8.00 era irrinunciabile, che attraversare Fiumefreddo, Piedimonte e Linguaglossa, affrontare quei 14 km d’asfalto con dolori lancinanti sarebbe stata dura ma non sarebbe potuta mancare nel palmare delle loro imprese; che continuare a salire e salire  e ancora salire fino a 1800m li avrebbe fatti sfrigolare di piacere mentre l’estasi si stava impadronendo di loro e l’estasi non è una sensazione che ci si può perdere. L’estasi mista alla perdizione e alla stanchezza, alle gambe che quasi non rispondono e se ne vanno per i fatti loro. E, allora ti viene la forza bruta, la rabbia perché manca poco e tu sei stanco e vuoi mollare ma la mente non può soccombere ai capricci del corpo e, allora, tendi le orecchie e senti gli incoraggiamenti del tuo personale fun club e di chi anche non ti conosce; ti accorgi che il tuo amico con la bici, quello che è venuto da Napoli, continua a seguirti e spronarti e allora dai sfogo all’ugola e cominci a urlare per caricarti. E ti cambi la maglietta fradicia, e mastichi qualcosa per scongiurare quell’insidiosa crisi di fame che può sorprenderti in ogni momento. E mancano solo 9 km. Non finiscono mai quei 9 km ma non ti puoi arrendere perché c’è sempre D’annunzio che ordina e dirige la tua orchestra perfetta e tu sei tutti gli strumenti assieme: suoni le corde di violino, strimpelli l’arpa, pigi i tasti del pianoforte e riesci anche a soffiare nella tromba. Tu sei tutto questo e mentre le note di Mahler t’inondano dandoti lucidità energica, ti accorgi che lei è sempre più vicina, che la temperatura è scesa, che quasi puoi toccare la neve mentre calpesti lava. E i colori si mischiano e sei ad una mostra pittorica e il sublime ti strappa a D’annunzio e prende il comando, mentre lei ti ingoia nella sua grandezza imperiale. Ce l’hai fatta di nuovo, Piero, ce l’hai fatta per la sesta volta. E l’Etna, la Nostra Signora, non dimentica che sei corso ancora a prostrarti orgogliosamente ai suoi piedi. Dopo 5.40, dopo un’accurata preparazione, dopo una fatica immane.

Sull’Etna esiste gente incredibile. Ci sono le viti, c’è la lava, c’è la neve e il fuoco. E poi ci sono persone come Piero, esaltate da D’annunzio, che sciorinano energia tra le vigne e in cantina, lasciando le impronte delle loro fedelissime scarpe da corsa. 

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