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Necessità movimento

Martedì, 04 Agosto 2015 22:35

Il mio Etnatrail - 24km

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Non è un’esagerazione se dico che è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Confesso che ho anche difficoltà a scrivere, preoccupata di non riuscire a rendere con esattezza quello che ho vissuto. Ma ci proverò ugualmente perché questa è una storia che deve essere raccontata e urlata; questa storia deve avere un eco da sentirsi ai confini del mondo; le sue orme devono rimanere impresse nella terra dei trail, a solcare quel pianeta di extraterrestri fino a ieri totalmente sconosciuto alla mia persona.

Perché io non avevo la più pallida idea di cosa fosse un trail prima del 25 luglio.

Perché neanche il più articolato e rocambolesco dei miei voli pindarici si avvicinava minimamente a quel percorso.

Perché mai il mio corpo avrebbe potuto essere corazzato per quest’avventura.

Perché io il percorso non l’ho provato prima (cross country docet).

 E la mia mente ha vagato nell’alta tensione di un viaggio intensissimo, lassù, in alto, per tutte e 4 le ore e i 28 minuti del mio abbagliante Etnatrail, lungo 24km.

Già, il mio viaggio, la mia personalissima caccia al tesoro.

Siamo partiti alle 9 in punto da Piano Provenzana (Linguaglossa), sotto un sole clemente e una temperatura benevola, io, la mia immancabile compagna di corsa Micaela e altri 200 atleti (400 circa con la 64km e la 16km). Ci siamo fiondati in un bosco in penombra, sotto i pini, in mezzo al profumo degli aghi bagnati che stordisce; la pioggia dei giorni precedenti aveva solcato il fondo rendendolo ancora più infido tra discese ripide e strette, tappeti di pigne, radici in superficie. Bastava poco per perdere l’equilibrio, quello minato anche dai concorrenti che tentano di superarti, di andare oltre, di fare i tempi: e io che ne so che vuol dire correre insieme agli altri! Io che ne ho fatti centinaia di km nella mia impagabile, impavida solitudine. Io, infatti, sono caduta presto e, di nuovo, immediatamente appena rialzata. Le mie gambe hanno ancora le croste, che bello!

 La prima sorpresa della mia caccia al tesoro è una montagna di lava da scalare: striminziti viottoli di pietre nere su cui muoversi con estrema cautela.  È un cumulo enorme che ci permette di approdare sullo sterrato interi, dopo una mezz’ora e, di lì a poco, trovare il primo ristoro dopo 6,5km dall’inizio della gara. Poca acqua e gel e si riparte. Discesa tra gli alberi, Rifugio delle Palumbe a destra e Grotta delle Femmine in una salita irta che ci costringe a stoppare la corsa. In molte delle salite in cui abbiamo preferito camminare, il fondo era assolutamente adatto alla corsa ma poi inizi a ragionare in un altro modo e pensi a quanta energia hai ancora a disposizione, a quanti km restano da fare, al percorso che non conosci e, allora, pensi e metti inconsapevolmente in atto una strategia. Dopo un’infinita salita riusciamo a correre per 1km, in un largo corridoio assolato, chiave d’accesso per l’ingresso al nuovo livello. C’è Piano dei Dammusi, una cordata di lava illimitata da scalare, sollevando le gambe sempre più in alto; attraverso il sentiero della Grotta dei Lamponi, ci dirigiamo non so dove seguendo le bandiere arancioni e gli altri davanti a noi. Quando provi a sollevare lo sguardo ti accorgi di omini in lontananza su pendii e lava che continuano a salire mentre tu sei ancora troppo in basso e allora reimposti i bulbi oculari per guardare solo dove mettere i piedi, perché sei nel limbo tra la paura e l’eccitazione. Dietro ogni angolo, in questa tappa, c’è un nuovo biglietto ma tutti sono senza istruzioni: l’unico suggerimento, l’unica azione possibile mentre ti divincoli tra forme di lava variegate, è godere fino all’ultima goccia di tutta l’energia e la magnificenza dell’Etna. Quando tutto questo finisce puoi farti frustare teneramente dalle foglie dei alberi, tra i labirinti d’ombre e radici che, finalmente, ti portano al secondo ristoro. Timpa Rossa me la ricordo, c’ero passata a cavallo anni fa. C’è tanto di quel cibo che potremmo pranzare, ma io ho solo bisogno di sali, del bagno e di andare avanti nel viaggio. Adesso c’è Monte Nero degli Zappini e nemmeno lui si può dimenticare: è l’unico monte perfettamente tondo che quando nevica si tinge di panna in modo omogeneo; tu lo vedi dal basso e pensi di volerlo afferrare. Il mio turno è arrivato, mi sono presa Monte Nero, l’ho circumnavigato, ne ho scrutato ogni singolo angolo, mi sono fermata a fotografarne i precipizi, a ingoiare le sue innumerevoli sfaccettature di roccia e di sabbia. E quando l’ho inglobato tutto ho ricominciato a salire, ancora, sempre più in alto, con i burroni da un lato e dall’altro pure. La terza fermata dista 4k e mezzo dalla seconda e ci mettiamo a correre e a urlare per raggiungerla quando la vediamo in lontananza. Da quel punto noto altri omini, altri corpi lontani in salita e in discesa ma perdere l’orientamento nella morsa dell’Etna non è difficile: chissà se ci passeremo anche noi! Davanti si staglia un’autostrada, con un ottimo fondo per correre ma rinunciamo all’impresa dopo 50m di corsa: la pendenza ci scoraggia. Mi sembra che le anche non appartengano più al mio corpo, la parte bassa della schiena duole. Forza, ancora 3km per la vetta. E vediamo due sagome di rosso vestite, con le giacche a vento. I volontari distribuiscono cibo all’ultimo ristoro, a quota 2400m, col vento che soffia sfiorando bacini di gelo, angoli di neve. Mancano solo gli ultimi 6 km di discesa. Ma con ennesima sorpresa, dicono i rifocillatori. Avete presente quel monte che avevo visto dal terzo stop, quello su cui non si capiva se fosse sali o scendi? Bene, quel monte rientra nella categoria del saliscendi ed esattamente funziona così: carponi, con le mani che impugnano sabbia e i piedi che affondano un lentissimo passo dopo l’altro. Ve lo giuro. Ma quel che è ancora più vero e reale riguarda la vetta faticosamente raggiunta perché da quella vetta c’è una ripida infinita e ci si deve sedere e si striscia sulla sabbia cercando di non sollevarsi troppo, sperando di non scivolare, dosando esattamente la forza dei tricipiti per balzare poco in avanti e procedere, in fila, in religioso silenzio mentre due gocce esatte di pioggia mi bagnano il braccio. Ok, questa è andata ma non è finita qui. Le ripide continuano a moltiplicarsi sotto di noi anche se, in qualche punto, ci consentono di correre, affondando i piedi da una parte all’altra, buttando tutto il peso sui quadricipiti, i glutei e la schiena bassa. Questo mi piace molto. La funivia è alla nostra sinistra ma io ho perso la cognizione dei km e non mi rendo conto; continuo solo a correre e a fermarmi un attimo perché la milza mi fa male, ma poi vedo qualcun altro dietro di me e non voglio cedere e vado avanti. Ho sul serio dolore, l’unico che ormai riesco a sentire perché il resto del corpo è come anestetizzato. Mi fermo. Ma uno spettatore mi dice che mancano solo 800m e allora riparto, forsennatamente, maledettamente, gridando e sconfiggendo il nemico che mi attanaglia.

Signori, ce l’ho fatta, ho tagliato il traguardo alle 13 e 28 e trepido in attesa del prossimo Etnatrail, quello della mia vulcanica Imperatrice che mi fa lacrimare mentre tento di definirla, adesso, con effimere parole.

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