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Necessità movimento

Sabato, 24 Ottobre 2015 14:12

Escursione ai Monti Sartorius

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Anche le esperienze più noiose possono riservare sorprese inaspettate. Anche le passeggiate meno faticose, quelle che non ti fanno scendere neanche una goccia di sudore, nascondono aspetti che se la battono con la ginnastica, lo ammetto. Certo che girare per i Monti Sartorius correndo sarebbe tutta un’altra storia, ma io ne ho vissuta una diversa, una più lenta e sinuosa ed è quella che vi racconto.

Primi di settembre, giornata splendida, gruppo di umani misto. Escursione di livello easy per attraversare ed ammirare il contesto dei Monti Sartorius, i crateri formatisi durante la colata lavica del 1865, quelli dedicati allo scienziato Sartorius Von Waltershausen che fu tra i primi a cercare di catalogare le principali eruzioni dell'Etna. Un sentiero facilmente raggiungibile con l’auto che ti accoglie con i mille sguardi di quelle prepotenti betulle insediatesi sull’Etna, infischiandosene delle condizioni avverse: loro non le spodesta nessuno e se ne vantano, con quegli occhi innumerevoli che costellano i loro tronchi. Secondo me l’Etna le ha assunte come guardiane, come ufficiali di alto livello. Ma è solo un’ipotesi. Perché poi, se non stai attenta, ci sono anche gli alfieri assoldati da sua maestà, quegli astragali disseminati ovunque che se ci cadi sopra puoi vedere le stelle. I Sartorius, pur riguardandoli nelle foto, non riesco a descriverli: trovare una figura che assomigli loro, una metafora, un tessuto o un archibugio letterario che possa render loro giustizia è impresa ardua. Essenziali dune di sabbia nera striata di rosso dalla cui cima si vede il mare. E dalla fucina spenta si aprono bocche e condotti annichiliti dal tempo. A destra i cespugliosi Monti Gemelli, contorniati da lingue di lava -che a me sembrano dorsi di elefanti in trasferta; e stagliato in alto a sinistra Monte Frumento delle Concazze (dubito che a quell’altezza si coltivasse frumento ma sull’Etna non si sa mai!). Foto di rito e si prosegue verso gli spazi delle betulle che concedono ampio respiro a quell’astragalo di cui si faceva un liquore dal sapore intensissimo; poi la pineta, quella fatta di alberi scortecciati ad arte per la “fu” raccolta della resina, l’antico mestiere degli abitanti di Linguaglossa, ormai soppiantato dal mercato delle resine sintetiche. Poi Monte Baracca e una breve sosta che, ovviamente, io non avrei assolutamente fatto ma se sei in gruppo…che vuoi fare, ti adatti!

La terra si mescia agli aghi di pino, alla felce sui bordi, ai colori dei funghi. E un fiume grigio di lava si fa attraversare da elementi umani: quando il ghiaccio e la neve si sciolgono solcano la terra, scavando cunicoli rotondeggianti e pizzuti, levigati dal vento; e l’acqua scende fino a Linguaglossa, lasciando mutevoli queste meraviglie. E cosa c’è dopo? Il grande, originale spazio di quello che sarebbe dovuto essere Piano Provenzana. Perché è lì che soffia fortissimo Eolo, divertendosi a fendere le cime degli alberi. E ti accovacci per cogliere bacche di ginepro bluastre che condiranno gustosi piatti di selvaggina o la pasta con zucca e salsiccia. Iniziano gli anelli della pista da sci di fondo (questo è uno sport che dovrei assolutamente provare!) che percorriamo fin quando non ci portano all’attuale Piano Provenzana, la ski station da dove partono gran parte delle escursioni per Etna Nord. Il sentiero costeggia le pietre di lava appuntita ma qualcuno decide di scavalcarla e di attraversare quei 10 m neri che sanciscono il confine con l’asfalto. E qualcuno cade e si sbuccia abbastanza bene tibie, caviglie e ginocchia.

E ce ne torniamo a casa, abbandonando quella montagna insidiosa che sconvolge gli animi e s’impadronisce delle menti.

Però, la prossima volta si corre, sia chiaro.

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