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Lunedì, 07 Dicembre 2015 19:52

Il sequestro di Giuiuzza

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È stata liberata dopo 40 giorni di prigionia. Gabbia angusta, arredata di piccoli suppellettili, sotto un tiglio ombroso che impediva alla luce di entrare; rifugio in legno adeguato e poco spazio intorno. In attesa di un secondo trasferimento che non si sarebbe mai immaginata, probabilmente con l’ansia di essere uccisa da un momento all’altro, Giuiuzza si rintanava dentro quelle assi di legno mentre la pancia cresceva, i seni si gonfiavano. Forse per il trauma di quel violentissimo spostamento che l’aveva privata delle sue compagne e del suo essere libera di correre per i prati, aveva perso la voce. Sguardo languido, appetito zero. Ma col passare dei giorni, la pazienza e la dolcezza della sua guardiana, riuscì a fidarsi nuovamente, ad addentare le fave, a sgranocchiare le fette biscottate, a sperare in un sogno di vita quantomeno accettabile. Finché, ad un certo punto, le cambiarono reggia: spazi grandi e pieni di luce con letto caldo e coperto. Aveva anche un vicino di cella, molto più grande e aitante, che se la studiava con cura. Lui parlava e le diceva che non avrebbe dovuto avere paura, che da quel momento sarebbero stati insieme e che quella che lei sentiva come una prigione era il posto più bello del mondo in cui vivere. Lei non rispondeva, ancora sconvolta da tutti quei cambiamenti repentini, dibattuta tra il credere alla salvezza o pensare all’inganno.

Era sempre più affaticata Giuiuzza poiché la gravidanza stava volgendo al termine.

In una splendida giornata di sole accadde qualcosa di totalmente inaspettato: la guardiana -che ormai le faceva simpatia- la invitò ad uscire, a correre insieme nel vigneto tra arbusti quasi senza foglie ed erba verdissima. Le sorprese non erano ancora finite però perché la guardiana decise di slegarla e lasciarla completamente libera di scorrazzare per la vigna. Giuiuzza si sentì quasi ubriaca per quella sensazione che non provava da tempo e incominciò a girovagare senza una meta.

La nostra capretta tibetana è sparita ieri, in un giro di boa. L’abbiamo cercata a lungo, anche col buio, scandagliando ogni angolo del bosco; abbiamo girato per ore senza mai sentire il suono del suo campanellino, quello che le avevamo messo in mattinata per farla uscire, per farle godere la sua nuova libertà. Avremmo voluto che si facesse guidare da Sisco, il suo amico equino, in quel pascolare infinito sotto i raggi del sole; le avevamo costruito uno spazio apposito, confortevole ed adatto all’arrivo di quelli che avremmo voluto chiamare Giuiuzzini, i suoi piccoli capretti. Aveva solo un corno Giuiuzza, un mantello maculato e uno sguardo dolcissimo, anche se non belava. Neanche ieri, in tutto quell’incubo di ricerca per ritrovarla, è riuscita ad emettere un belato. Le lacrime di mia sorella, la sua amica guardiana, colei che le portava da mangiare e con cui giocava a testate, le ho viste e le ho sentite. Sento ancora l’amaro di quelle gocce disperate che continuano a caderle dagli occhi per il senso di colpa, per la negligenza. “Perché l’ho lasciata andare?” -continua a ripetere.

Fatto sta che avremmo dovuto assolutamente trovarla. Era sparita da 10’. Io conosco il bosco a menadito e non c’è un singolo centimetro quadrato che non sia stato spulciato a dovere, più volte. Ci siamo infilate ovunque, tra le frasche, tra i rovi, nelle buche, ovunque una piccola capretta impaurita avrebbe potuto rifugiarsi, magari per il parto imminente. Ma non l’abbiamo trovata. Qualcuno se l’è presa, non c’è altra spiegazione.

Non avremmo mai mangiato Giuiuzza. Né lei né i suoi cuccioli. Chi se l’è rubata, probabilmente si. L’abbiamo accolta come un nuovo membro della nostra famiglia, come un cane o un gatto a cui dare affetto ed attenzioni. Mia sorella le voleva bene davvero.

Questa la mia attività ginnica di ieri, la peggiore di tutti i tempi. Anche se i muscoli mi fanno male perché hanno lavorato duramente.

 

Marzia Scala

 

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