MdS Editore
Mercoledì, Luglio 26, 2017
Login Registrati

Accedi al tuo account

Nome utente
Password *
Ricordami

Necessità movimento

Venerdì, 27 Maggio 2016 00:30

La grotta dei Lamponi

Scritto da 
Vota questo articolo
(0 Voti)

Sebbene non abbia ancora reperito notizie sul perché questa grotta -in cui non c’è rimando alcuno a quei succosi frutti di bosco- sia stata nominata “dei lamponi” mi sembra doveroso raccontarvela trattandosi di una delle più lunghe dell’Etna. Etna in eruzione costante. Etna che fa discutere, che appare su tutti i media, che zampilla fuoco e cosparge intere città di terra nera granulosa e fastidiosissima. Etna che non si ferma mai e che ci regala la possibilità di visitare luoghi surreali, fiabeschi, lunari.

Orbene, sull’Etna esistono varie grotte: tunnel scavati dalla lava in cui l’azione meccanica, chimica e biologica dell’acqua ha prodotto mutamenti continui che modificano ogni giorno questi lunghi e bui pertugi da scandagliare con attenzione. Io l’avevo vista di sfuggita la Grotta dei Lamponi, l’avevo vista l’anno scorso mentre mi accingevo a percorrere quella che è stata una delle strade più psichedeliche mai solcate: l’Etnatrail. Arriva sempre, però, la resa dei conti, il momento in cui ti trovi di fronte a nuove meraviglie. E l’altro giorno mi sono fatta questo regalo.

Io e Marco siamo partiti dalla zona Pirao, lì dove c’è un muro oltre il quale non si possono far ruotare le gomme di un’autovettura. La macchina la si abbandona e ci s’incammina verso un lungo percorso in salita che, come accade dalle nostre parti, non è esattamente ben indicato né provvisto di segnaletica adeguata. Per fortuna c’è chi osa, chi prova, chi si affida all’istinto e alla geografia della “linea d’aria”. Così abbiamo imboccato una scorciatoia che di tagliare taglia ma di salire sale: scarpata ripida e impervia che avrebbe richiesto l’uso dei bastoncini da trekking ma che è stata un ottimo allenamento per glutei, cosce e polpacci; scarpata piena di segnali lasciati dall’uomo curioso che ha tentato in quest’impresa prima di noi. E così, in un’ora e mezza, tra viole mammole bianche e purple e alberi d’irresistibile fascino, ci siamo ritrovati al rifugio di Monte Santa Maria. Dopo esserci arrampicati su una betulla divelta ed aver attraversato il passo dei Dammusi che divide il territorio di Randazzo da quello di Linguaglossa, basiti da quella forma assurda di rocce che sembrano manti di rinoceronti, abbiamo stanato la preda della nostra battuta di caccia. Indossate maglie pesanti, lampadine e gopro, ci siamo calati all’interno di una grande apertura in cui la luce diventava, man mano, più fioca. (A ben pensarci, all’ingresso ho notato due piantine che mi ricordavano le sembianze dei frutti di bosco ma…non ne sono affatto sicura). Il corridoio di sinistra appare abbastanza largo ma poco lungo; in due punti si aprono dei lucernari che consentono l’ingresso del sole, mentre dal soffitto colano goccioline che sanno di roccia-si, le ho assaggiate! Non eravamo troppo soddisfatti e abbiamo ben pensato di imboccare il sentiero di destra. Sentiero che, a un certo punto termina in un'altra apertura che permette di uscire. Però c’è un ingresso più buio e profondo che sembra scenda negli inferi: che fa, non ci infiliamo? Era scontato che ci saremmo catapultati là dentro, nell’oscurità accesa dai tonfi di gocce schiantatesi al suolo. Suolo di roccia, cordoni di lava ai lati, puzzle di sassi neri lungo il tragitto, massi appuntiti da scavalcare. E poi un tunnel. Un piccolo tunnel in cui strisciare, alto 40cm, rivestito di un manto pizzuto e insidioso. Non è che fosse necessario: c’era anche l’alternativa, ma vuoi mettere una prova simile da inserire nel cv! Abbiamo continuato a camminare per un po’, a districarci in silenzio tra i canion di pietre finché ci siamo trovati davanti a un bivio: di fronte un burrone di cui si vedeva il fondo aguzzo e rischioso, a lato una galleria sconosciuta, forse cieca, forse infinita. Ci abbiamo un po’ riflettuto, non lo nego, se continuare a scendere per trovare il nido Di Efesto ma poi-che dirvi- anche noi siamo cresciuti. E così pazzi non siamo. E siamo tornati indietro, che disdetta!

Sdraiati su quei divani di rettili abbiamo fatto merenda, scossi dal vento, dal repentino cambio di temperatura. E poi siamo ridiscesi. E a pranzo eravamo a casa e io avevo una fame incredibile, di cibo e della prossima volta. La prossima volta andremo alla Grotta del Gelo, già ci siamo organizzati. Noi apparteniamo al regno dell’immediatezza.

Marzia Scala

Letto 2639 volte
Altro in questa categoria: « Il ragazzo che porta i pantaloni