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Diciamo la verità: a trovare Marco Pagliai al centro ippico Pelliccia a San Marcello ci sono andata principalmente per rivedere Ercole. L’ho conosciuto infatti una domenica all’Ippodromo di San Rossore ed è stato subito amore. Quel suo manto morello, quello sguardo libero e amico, il suo modo di pensare prima di eseguire quanto Marco gli chiedeva, quel suo essere combattuto se lasciarsi tentare dal verde dell’erbetta del prato o il seguire la voce, i gesti, la presenza del suo umano preferito.

Diciamo la verità: a trovare Marco Pagliai al centro ippico Pelliccia a San Marcello ci sono andata principalmente per rivedere Ercole. L’ho conosciuto infatti una domenica all’Ippodromo di San Rossore ed è stato subito amore. Quel suo manto morello, quello sguardo libero e amico, il suo modo di pensare prima di eseguire quanto Marco gli chiedeva, quel suo essere combattuto se lasciarsi tentare dal verde dell’erbetta del prato o il seguire la voce, i gesti, la presenza del suo umano preferito. “Questa sì che è una relazione!” mi sono detta, e ho subito preso il libro Cavalli allo specchio. Viaggio nella mente dei cavalli per conoscerli, addestrarli e gestirli in scuderia (Pisa University Press), che Pagliai ha scritto in collaborazione con il professor Paolo Baragli dell’Università di Pisa. Il tempo di una dedica, una stretta di mano e la promessa di andare a trovarlo nel suo centro, per scoprire di più sull'“addestramento etologico” di cui si parla nel libro e che Marco pratica con i suoi cavalli e con quelli che lo raggiungono per i più svariati motivi e problematiche. Lui “li aggiusta”, se così si può dire. Ma preferisco lasciare la parola a lui (dato che Ercole non parla ma vi assicuro che è d’accordo su tutto perché gliel’ho chiesto di persona) visto poi che ho fatto tanta strada per andare a trovarlo nel suo centro che, fra l’altro, è veramente bellissimo, dotato di ogni comfort per equini (paddock, ampi box, giostra, maneggio aperto e chiuso, campo per mountain trail e perfino tapis roulant rieducativo) e umani (prima di tutto una calda e accogliente club house).

 

Allora Marco, quando hai iniziato a lavorare con i cavalli?

Io vengo dal lavoro con i cavalli da corsa, ho fatto una carriera da fantino “di provincia”, sono stato tanti anni a Siena, ho montato tanto a pelo. Amo molto i purosangue con cui ho lavorato moltissimo, è un cavallo nevrile, energico, per questo spesso è un cavallo anche incompreso, difficile. Con loro occorre trovare la tecnica giusta, la via di comunicazione che alla fine non influisce solo sulla relazione ma migliora anche la performance. Io poi non mi potevo permettere cavalli troppo costosi, “perfetti”, e quindi spesso prendevo gli “scarti”, magari cavalli problematici (che calciavano, mordevano, opponevano resistenze e rifiuti) che poi con il giusto lavoro davano grandi risultati. Mi sono reso conto così che il cavallo più “difficile” è proprio quello che può dare di più, nel momento in cui trovi la chiave giusta. Perché con un cavallo che se sbagli a chiedergli qualcosa te lo fa notare e ti si mette contro non puoi che cercare una via di comunicazione, un modo per fargli cambiare idea. Una strada alternativa, se la trovi è un enorme successo.

 

Quando e come hai conosciuto la “doma gentile”?

Ho iniziato a conoscere i metodi Tellington, Parelli, e i metodi più dolci e mi hanno molto affascinato perché erano appunto simili a quelli che in qualche modo praticavo già. In particolare mi sono avvicinato al join-up e all’horsemanship di Monty Roberts (www.montyroberts.com). Ho fatto tutti i suoi corsi, e poi ho frequentato quelli con Christiane Moeller (istruttore qualificato nel metodo di Monty Roberts, in Italia sono solo due ndr - www.laquus.com) e con lei sono stato in America da Monty Roberts, dove ho approfondito la natural horsemanship, ovvero la cosidetta “doma gentile”. Dopo questo viaggio ho avuto l’onore di essere invitato da lui a partecipare a un suo tour, anche se io non sono istruttore (non conoscendo bene la lingua non ho terminato il percorso), ma nonostante questo sono stato con lui un mese in Germania ed è stata un’esperienza formativa molto importante.

 

Nel tuo centro, il centro ippico Pelliccia, come lavori?

Ho aperto questo centro vent’anni fa. Ho sempre addestrato cavalli, come dicevo, poi mi sono avvicinato alla “doma etologica” e anche questo posto si è trasformato, adattandosi al lavoro che facciamo.

Diciamo che io non preparo un cavallo a saltare un ostacolo, né a una competizione di dressage o a una gara di reining.Io preparo un cavallo ad accettare le richieste che poi gli verranno proposte e, soprattutto, vado a recuperare cavalli problematici. Non importa se è domato all’inglese o all’americana, se gli metti un filetto, un morso o una capezza, o niente. Un cavallo alla fine è un cavallo. Se gli metti la sella inglese, quella americana, e anche senza sella. Resta un cavallo. E questa è la prima cosa da tenere a mente.

 

Poi è nata anche una collaborazione con l’Università di Pisa, come è successo?

Quando ci fu quel grosso sequestro a Colleferro (Roma, uno dei più grossi sequestri di equini per gravi maltrattamenti mai fatti in Italia, 104 animali tra cavalli, asini e muli, ndr) mi portarono qui alcuni cavalli da mettere a posto. Fu in quell’occasione che conobbi Paolo Baragli, che si occupa di etologia e fisiologia del cavallo presso il Dipartimento di Scienze Fisiologiche dell’Università di Pisa e fa parte della IHP - Italian Horse Protection Association (www.horseprotection.it). Paolo conduceva indagini sperimentali sull’interazione fra uomo e cavallo e svolgeva attività di ricerca mirata alla possibile applicazione pratica dei risultati ottenuti per il miglioramento delle condizioni di benessere psico-fisico del cavallo. Da lì abbiamo iniziato a conoscerci ed è nata così una collaborazione molto stretta e proficua.

 

… e anche un bellissimo libro uscito da poco: Cavalli allo specchio. Viaggio nella mente dei cavalli per conoscerli, addestrarli e gestirli in scuderia (Pisa University Press)

Esatto. Si tratta di un libro molto “pratico” che propone la conoscenza del cavallo a 360 gradi, anche attraverso l’arricchimento di video didattici che accompagnano la “teoria”. Lo scopo, molto concreto, del nostro libro è quello di aiutare a non avere più cavalli problematici. E di far capire a tutti che non esistono cavalli “cattivi”, ma esiste solo una cattiva comunicazione tra loro e noi. Se infatti dal punto di vista delle tecniche di allevamento sono stati fatti continui progressi, sotto l’aspetto dell’addestramento siamo addirittura tornati indietro. Si vedono le peggiori costrizioni nei confronti dei cavalli senza che ci sia una vera capacità di capirli, occorre lavorare proprio su questo aspetto e cercare di sensibilizzare sull’ascolto e la lettura della psicologia del cavallo.

 

Facci un esempio pratico del tuo lavoro. Ti portano un cavallo problematico e cosa fai?

La prima cosa che si fa è sempre in libertà. Si lascia libero il cavallo in tondino e si osserva. Occorre osservalo possibilmente in più persone, per avere più punti di vista e cercare di capire così qual è lo stato d’animo del cavallo. Non è una cosa immediata né semplice. Per un cane è più facile capire se sia contento o triste, se sta soffrendo. Per un cavallo è meno immediato, occorre imparare a leggere il suo stato d’animo. È davvero la prima cosa. Lo scorso anno abbiamo realizzato un video un po’ provocatorio, mostrando le migliori competizioni a livello europeo zoomando però solo l’occhio del cavallo, o dettagli molto ingranditi, che non si notano con un’inquadratura più ampia. Il risultato è stato incredibile perché mentre l’inquadratura generale mostrava cavalieri sorridenti e cavalli perfetti, zoomando sul dettaglio dell’occhio si poteva leggere con chiarezza grande disagio e panico nell’animale, con enorme sorpresa. Occorre appunto imparare a osservare il dettaglio. Poi i problemi non sono tutti uguali e si va a lavorare a seconda della difficoltà che si presenta e a mettere in atto la strategia più giusta. Si parte comunque sempre dall’osservazione attenta del cavallo e dal lavoro a terra.

È importante ovviamente vedere e indagare l’origine del problema, non l’effetto. Si deve lavorare sulle cause, solo così si risolve.

 

Hai parlato del lavoro da terra: perché è importane?

Perché il cavallo ti vede, ha davanti agli occhi i tuoi comportamenti, le espressioni del viso: è stato provato scientificamente che il cavallo riconosce le nostre espressioni. Una buona comunicazione per questo parte dal lavoro a terra. Quando si è in sella il cavallo non ci vede più, bisogna tenere a mente questo, però ci sente. Occorre quindi acquisire una grande consapevolezza dei nostri movimenti, tenendo presente che comunichiamo con il cavallo per l’80% tramite pressione. È proprio nel momento in cui non siamo consapevoli delle pressioni che diamo che nascono i problemi. Per fare un esempio, il cavallo impara a fermarsi perché nel momento in cui si ferma si lascia la pressione sulle redini e non il contrario. Il problema è che tutto è stato sviluppato nell’altro senso, alla rovescia, creando strumenti che applicano pressioni sempre maggiori: morsi sempre più efficaci, chiudi bocca, martingale di ogni sorta e così via. Senza volersi mettere in testa che il cavallo impara nel momento in cui si va ad allentare quella pressione, non quando se ne applica sempre di più. Io uso la capezza di Monty Roberts, ma si lavora sempre sulle pressioni. Che si utilizzi un morso, un filetto, un bosal il principio è lo stesso: l’importante è lasciare la pressione quando il cavallo dà la risposta giusta.

 

Nel libro si dà grande spazio anche all’anatomia del cavallo e soprattutto ai suoi “sensi”…

Certo, è un aspetto fondamentale, la prima cosa da conoscere. Nel libro si approfondisce molto l’aspetto sensoriale del cavallo che ha grandissima importanza. Qui nel nostro centro si fa teoria in aula, anche per i bambini. I nostri allievi fanno una preparazione completa, dalla teoria appunto alla preparazione del cavallo, devono conoscere tutto. Come vede, come sente qual è la sua percezione tattile. Dico sempre agli allievi: se il cavallo sente su tutto il corpo il posarsi di una mosca perché devo usare lo sperone? È importante rendere consapevoli i bambini fin da piccoli, devono conoscere questi aspetti fondamentali altrimenti non avranno mai una buona relazione con il cavallo.

 

Quali sono i progetti futuri?

Ne abbiamo tantissimi. Ci stiamo dedicando anche a fare ricerche e sperimentazioni nuove, con l’Università di Pisa e con il prof Baragli. Continueremo la nostra collaborazione. Lo scopo resta sempre molto chiaro e preciso: la divulgazione di questo metodo, cercando di diffondere una cultura diversa del cavallo, e di sensibilizzare le persone, soprattutto i “professionisti” che sono in realtà lo zoccolo più duro da convincere in questo senso.

 

 

Abbiamo rubato già troppo tempo a Marco, il lavoro, e i cavalli, lo chiamano. Lo ringrazio di cuore per averci ospitato nel suo bel centro, per averci dedicato tempo e attenzione, e averci offerto un bel the caldo in questa freddissima giornata di gennaio. A Ercole invece devo delle scuse perché mi sono presentata a mani vuote, prometto che non succederà più.

 

Per chi volesse approfondire e saperne di più, oltre al libro di cui abbiamo parlato può consultare il sito www.centroippicopelliccia.it, scrivere ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) o telefonare per prendere un appuntamento e andarci, che sarebbe poi la cosa migliore! (39 339 117 3361)

 

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