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Freud sulla spiaggia

Sabato, 28 Marzo 2015 12:40

La nascita della follia

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Io sento parlare in continuazione della follia, di cos’è, di come si sviluppa.

Però pochissime volte ho letto o sentito parlare di quando sia nata in noi, umani, la follia.

Gli animali ne soffrono pochissimo. In libertà solo per malattie od intossicazioni, in cattività per la mancanza di libertà o perché reclusi in stretti spazi.

Ma noi umani? Io credo che il momento in cui l’uomo prese coscienza di sé (che è ciò che manca agli animali) e si pose alcune domande quali: “Chi sono, dove vado, chi mi ha creato ecc.” e nel momento in cui percepì che sarebbe dovuto morire, lì iniziò ad apparire la follia.

Gli animali hanno paura della morte solo se minacciati, noi no, ce la portiamo sempre dietro.

In seguito ci ponemmo gli interrogativi su chi ci ha creato, su chi “gestisce” l’Universo, sul destino ecc.

Allora, piano piano, nacquero divinità legate ai fatti naturali e a tutto ciò che non si poteva comprendere con la razionalità.

Poi per noi occidentali arrivarono le divinità della Grecia antica, che erano così simili agli uomini, ma anche così diversi. Con l’impossibilità, non tanto di parlare, quanto di comprendersi.

Omero fa dire a Zeus nell’Odissea: «Accagiona il mortal sempre gli Eterni! Originar da noi tutte sventure Dice, mentr’egli del destino in onta, Colpa di sue follie, soffre aspre doglie.”

Dopo molti secoli l’uomo trova un Dio solo e scopre il monoteismo. Ma anche con Lui non c’è un dialogo paritario. Basti pensare al povero Mosè o a Giobbe che quando chiede spiegazioni a Dio delle sue disgrazie, viene rimproverato perché Lui, in quanto Dio non deve né risposte né spiegazioni a nessuno.

Questa impossibilità del dialogo tra l’uomo ed le sue divinità crea una lacerazione profonda.

Noi ci sentiamo sperduti in questo Universo di cui alla fine capiamo ben poco. Ciò crea un’ansia di fondo terribile, che tutti ci portiamo addosso.

Allora la nascita della coscienza e lo iato che si è creato tra noi ed il divino fa nascere in noi la follia, ovvero la nostra incapacità a gestire comprendere ed organizzare la nostra vita solo con la razionalità.

La ragione inganna e ci ha spesso ingannato. Pensate alla fisica di qualche centinaio di anni fa. Oggi fanno i ridere le certezze di allora.

Solo i Greci ebbero intuizioni nella fisica e nella matematica, che ancor oggi risultano geniali, forse, azzardo, proprio perché loro ancora erano in contatto con un mondo divino, immaginifico, molto più presente di quanto non lo sia oggi.

Il nostro povero Io, galleggia su un inconscio potentissimo, senza tempo, schiacciato spesso da un Super Io che opprime e da un principio di realtà con concede poche sicurezze. L’Ideale dell’Io, ciò che davvero vorremmo essere, naufraga spesso nel mare della follia.

Allora occorre recuperare il nostro mondo emotivo, quello dei sentimenti e ricercare equilibri diversi.

Dio non è morto, ce lo siamo dimenticati. Nel senso che dobbiamo recuperare quegli aspetti delle grandi divinità, gli archetipi collettivi, che a nostra insaputa, sono ancora presenti in noi e ci governano.

Dobbiamo guardare le nostre “ombre” nel senso junghiano e sforzarci di mettere in moto il nostro principio di individuazione.

    L’individuazione è un processo lento che non ha bisogno sempre dell’analisi. Anzi molte persone, con fatica, riescono a farlo ogni giorno da sole.

Non dobbiamo avere paura della nostra follia. Se usata bene è fonte di grande ispirazione.

Certo occorre molta prudenza perché ha ragione Nietzsche:

“Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te.”

Allora bisogna non far finta che la follia appartenga ad altri e non ci riguardi, ma integrarla in noi, con grande prudenza e gradualità.

Come i Greci si sono sempre rivolti agli Dei, altrettanto dobbiamo fare con noi stesso. Guardare ai nostri archetipi per raccogliere i loro messaggi e alla fine avvicinarci sempre di più a ciò che davvero vorremmo essere.

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