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Freud sulla spiaggia

Lunedì, 06 Luglio 2015 19:25

Piccola riflessione su psicoanalisi e religione in Erich Fromm

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Il passaggio da società post-industriale a società della comunicazione e del commercio globale ha finito per creare sempre più un uomo alienato, chiuso in se stesso, avulso dagli altri.

E l’uomo interiore, che fine ha fatto? Il senso di giustizia, l’amore per il prossimo, la ricerca della verità, che fine hanno fatto? La rivoluzione umanistica si è persa nella rivoluzione dei media, dell’informatica.

La comunicazione globale è sempre più vuota di contenuti, finalizzata solo alla distrazione, al commercio, a riempirci la vita di oggetti inutili e scambi comunicativi di una povertà linguistica ed emotiva assoluta. In molti casi la comunicazione diviene solo un mezzo per condizionarci. I social network ci isolano e annientano il senso critico delle persone.

I grandi problemi economici del nostro tempo fanno svanire certezze e sicurezze. I giovani sono smarriti, sempre più ignoranti, nel senso profondo della parola. Sempre più legati ai beni terreni e meno alla spiritualità.

Allora occorre rimettere l’uomo, la “persona” al centro dell’interesse delle attività economiche e produttive e non viceversa. Solo così facendo si può creare una società mentalmente sana.

La religione, per l’uomo, allora assume il ruolo di struttura di orientamento con cui superare la sua alienazione e stabilire delle relazioni con gli altri. E la psicoanalisi, uno strumento importante per tornare a un effettivo processo di umanizzazione.

La maggior parte degli studi di Erich Fromm sono indirizzati all’osservazione della nostra società e a come far nascere un nuovo “umanesimo”. La psicanalisi è per lui una cura dell’anima, con lo scopo di mettere un uomo in contatto con il suo subcosciente, aiutandolo così a essere libero di stabilire relazioni d’amore.

In questo senso non vi è contrapposizione tra la religione e la psicoanalisi.

Lo psicanalista è in grado di studiare sia la realtà umana che è insita nella religione, sia quella che è presente nei sistemi simbolici non religiosi.

Il problema, dunque, non è tanto il ritorno dell’uomo alla religione, ma il suo tentativo di vivere con amore e secondo le proprie verità. Se ci riesce, i sistemi che adopera hanno poca importanza. Se non ci riesce, allora non ne hanno alcuna.

Erich Fromm pensava che non è dato all’uomo di affermare con certezza quale sia la natura di Dio, ma l’uomo molto ha scritto per descrivere la natura degli idoli. Egli pensava che fosse giunto il tempo di smascherare tutti gli idoli, sotto qualsiasi forma si presentassero, e non tanto di dedicarsi a dimostrare la non esistenza di Dio.

Fromm avrebbe voluto che l’uomo di dedicasse alla comprensione della sostanza delle cose e non ai loro involucri, che badasse all’esperienza e non alle parole, all’uomo e non alle chiese. Secondo lui, questo sarebbe bastato a unirci in una decisa negazione dell’idolatria: in essa potremmo trovare una fede comune, e certamente un po’ più di umiltà e di amor fraterno.

Oggi il pericolo è che gli uomini che appartengono alla parte più ricca del mondo si allontanino dalla religiosità e divengano sempre più alienati mentre i poveri e i dimenticati si identifichino in religioni o sette religiose rigide, violente, che spesso dimenticano la dignità e il valore dell’uomo.

Allora il ritorno alla religione, anzi alla religiosità, diviene il riappropriarsi dell’anima sul vuoto incalzante, e la psicoanalisi non è più solo un freddo laboratorio dove si studiano meccanismi e reazioni psicologiche, ma un luogo dove, sempre più, al centro vi è l’anima dell’uomo, i suoi sentimenti e le sue paure.

Bisogna avere il coraggio di riconquistare la centralità dell’uomo attraverso la riscoperta dell’amore, della ragione, della coscienza, del senso dei valori.

Per questo crediamo che non vi sia una contrapposizione tra psicoanalisi e religione, perché sia al credente che allo psicoanalista interessa la stessa cosa: che l’uomo viva con amore per sé e per gli altri e persegua la verità.

Occorrerebbe seguire il pensiero di Dostoevskij, che si considerava un figlio del suo tempo, un figlio del dubbio e della mancanza di fede. Ma allo stesso tempo era torturato dal bisogno di credere e pensava che più grandi sono le difficoltà intellettuali che impediscono la fede, più forte si fa il desiderio.

Paolo Cardoso e Federica Bariatti

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