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Giovedì, 20 Marzo 2014 17:10

LA PAROLA ALLA DIVERSITA’ (seconda parte)

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LA PAROLA ALLA DIVERSITA’ (seconda parte) - 4.2 out of 5 based on 5 reviews
“…un albero che cresce storto solleva qualche perché
hai scelto il migliore vivaio
la pianta selezionata
l’hai  concimata e annaffiata
protetta dal freddo e dal gelo…
ma l’albero cresce storto
per un misterioso capriccio,
la sua ombra la gode un vicino
che non ha speso neanche un centesimo”

(“se hai una montagna di neve tienila all’ombra” , Tito Balestra)

Non so se questa poesia  spieghi realmente  i sentimenti di un genitore “diverso”; la sua fatica, le difficoltà di ogni giorno per conciliare il sognato con il reale. Penso però che illustri in modo efficace come ci si possa sentire nell’incontro con una persona disabile;  un vicino che gode di un privilegio senza che gli sia stato chiesto niente in cambio. Più di una volta è capitato di sentirmi così nella relazione con i genitori dei miei bambini.

 

Ma che cos’è la normalità? È qualcosa che ha a che fare con il concetto di sano?

Mentre per noi il termine “mostro”  indica la deformità, i latini utilizzavano il termine “monstrum” con il significato di  “prodigio”,  definito dal dizionario “ fenomeno insolito nell’ordine consueto degli eventi naturali”.

 Il prodigio, dunque, è qualcosa di alternativo alla regola.

 Anche i profeti vengono definiti  come “messaggeri  che consegnano  un’alternativa alla comunità”. Forse i disabili sono chiamati a rivestire questo ruolo: un’ “alternativa”, un invito ad una sorta di “conversione” (laica o religiosa a seconda di chi riceve la “chiamata”) che ci conduca ad un’esistenza , questa sì, diversa fondata sul rispetto, la dignità, l’ascolto, l’accoglienza non solo dei limiti dell’altro ma anche, e soprattutto, dei propri limiti.

La disabilità costringe a staccarsi dall’ovvio, ad entrare in altri registri comunicativi, a deragliare dai soliti binari di scambio e di incontro spesso solo apparenti e formali, a decifrare comportamenti e manifestazioni che, in una società verbalizzata e virtuale, abbiamo finito per dimenticare.

Nella vecchia Russia i cosiddetti “folli sacri” o “beati sacri” sono stati venerati per secoli. Questi erano persone che, dalle descrizioni, possono essere definiti deboli di mente, autistici, strani, freaks.

La loro condotta era eccentrica, irrazionale; vestivano di stracci, si nutrivano appena, resistevano al freddo senza mostrare sofferenza. Molti di loro erano muti e, se in grado di parlare, rispondevano alle sollecitazioni con frasi non appropriate o stereotipate.

La loro vita spesso si trasformava in leggenda e i comportamenti apparentemente privi di senso logico che li connotavano, erano considerati dal popolo ma anche dai potenti della Chiesa e dagli Zar, come prova dei loro poteri profetici.

Il  modo inusuale di rapportarsi alle persone, l’insofferenza verso le regole , il disprezzo o il totale distacco nei confronti dei beni materiali veniva interpretato come un segno di grande fede religiosa e come un esempio da seguire.

La diversità, però,  è stata più spesso perseguitata. Molte delle società , anche antiche, hanno compiuto nei confronti dei “diversi” di ogni tipo (non solo disabili, ma anche diversi per orientamento sessuale o per razza) atrocità indicibili.

Nel 1936, il francese Alexis Carell,  premio Nobel per la medicina, scriveva “criminali e malati di mente devono essere umanamente ed economicamente eliminati in piccoli istituti per l’eutanasia, forniti di gas adatti. L’eugenetica chiede il sacrificio di molti singoli esseri umani”.

Tre anni dopo in Germania partiva il programma T4, che avrebbe mandato a morte settantamila disabili. L’olocausto nazista, dunque, ha avuto inizio con i disabili, precisamente con i bambini disabili.

  Il  “diverso”  è sempre stato  perseguitato, come ho affermato all’inizio . Eppure in questi stermini, tutti profondamente deprecabili, quelli che avevano come obiettivo le persone disabili assumono una connotazione particolare.

Forse non è un caso che lo sterminio nazista sia iniziato con loro e che sia stata  proprio  questa atrocità  a segnare l’inizio di una delle pagine più oscure e spaventose della storia. Una società che non sa prendersi cura e non sa proteggere i più deboli, non può sopravvivere a sé stessa.

Nelle lotte per motivi razziali o religiosi, infatti, vi è sempre qualcosa che richiama ad una lotta per il “potere”, alla “supremazia” di una fazione sull’altra. Lo scontro, sempre unilaterale, fra normalità e disabilità si gioca, invece, tutto sul senso e il valore che diamo alla vita, sul nostro comportamento di fronte al “punto zero” della nostra essenza  e della fragilità.

Se esiliamo il diverso dall’immaginario e dalla nostra esistenza, assieme a lui perdiamo anche l’umanità. Quell’umanità  dal doppio significato che se da una parte ci espone al degrado e alla morte, dall’altra ci rende inclini all’amore.

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