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Venerdì, 13 Dicembre 2013 12:38

Capobbanna "Fuje tu"

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Capobbanna "Fuje tu" - 5.0 out of 5 based on 2 reviews

Quando terminiamo l'intervista con il cantante Sergio Scavariello e il chitarrista-tastierista o meglio polistrumentista Angelo D 'Ambrosio ci diciamo : « E' stata surat, ma alla fin l'ammu fatt» , perchè completata dopo esserci rincorsi a lungo tra appuntamenti ed impegni esacerbanti. Eh si perchè apparte i poco interessanti affari del sottoscritto e la sua lentezza – incapacità di promettere sicuri accordi irrealizzabili, per i Capobbanna invece nella loro (ancora molto fresca) storia l'ultimo periodo ha costituito un' illuminazione chiarissima ed allo stesso tempo poco aspettata. E' vero tempo ne è passato dall'aver letto quel bando a giugno all' essersi ritrovati sul palco del Piper romano dei Beatles, Jimi Hendrix e altri miti col secondo premio tra le migliori band originali d'Italia consegnato dalle mani di un gran pezzo di musica quale Mogol. Nella loro categoria, quella dei gruppi inediti che presentavano il proprio progetto al grande pubblico, si sono sentiti un pò soli tra toscani, lombardi, piemontesi a rappresentare il Meridione della penisola, e con esso le sue tradizioni e la sua indole mediterranea. Ma ce l'hanno fatta e scrupolosamente.

Loro il Mare nostrum come lo nominavano calorosamente i Romani ce l'hanno nel sangue. E' infatti Akròama (indica "qualcosa che suona bene"), parola estratta dai dialetti dell'antica e vicina Grecia, la prima scelta dietro la quale si riconoscono Angelo che smania tra sei corde e sintetizzatore e Sergio che affina le intonazioni da tenore mentre ha finito di scriverne un'altra sul foglio di carta. 2009, casa fredda di Sergio tornati dopo le infiammazioni universitarie della Capitale lì alla natia Campora, nello splendido isolamento del Basso Cilento a pochi passi dalla Lucania. Se si vuole fare un paragone letterario essi hanno compiuto un nostos, un viaggio di ritorno alle origini come l'aveva portato a termine Ulisse verso Itaca e numerosi altri sovrani greci di ritorno dalla guerra di Troia. Un percorso necessario di formazione e di apertura verso la società e la molteplicità di culture che il paradiso naturale pur tale della baia di Trentova non può regalare. Ma può conoscere e assorbire. Così si generano i primi fuochi di "Fuje tu", il passaporto musicale di Angelo e Sergio che nel frattempo devono abbandonare Akròama perchè già teatro sardo, emittente radiofonica ellenica e così via. E diventano con l'arrivo benedetto del bassista Pasquale Palladino e del batterista Denis Citera i Capobbanna.

Loro stessi mi dicono che frequente vive la moda tra i giornali di togliere una "b" riducendo in "Capobanna", ma per chi scrive spererei sia un errore di battitura o di comprensione oppure non scorra nelle sue vene sangue campano. Perchè come "il pirla" e "er patacca" altrove, il capobbanna appartiene alla schiera degli alfieri del foklore del Sud. Egli oltre alle accezioni note ai più di "capo della banda musicale di paese" e di "trascinatore di folle" è anche il "bannista", colui che pomulgavava al popolo le notizie recitandole per le strade a voce alta, lo strillone per intenderci. E a giudicare dalla varietà di racconti e dalla mescolanza di sonorità di cui si alimenta "Fuje tu", questi qui mi sembrano dei Capobbanna moderni e sbarazzini nel giusto rischio di sperimentare ma prima di tutto suonare e suonarle come preferiscono.

Te ne accorgi subito da una cover contenuta nel disco (tutto autoprodotto a caval tra 2011 e estate 2013). "E cantava le canzoni" tammurriata del compiantissimo Rino Gaetano (sempre più al giorno d'oggi e questo mi rende raggiante) che ti sbatte senza punti di riferimento in mezzo a una tarantella partenopea o alla celebrazione di una santa sicula, si incupisce vorticosamente dall'incipit già saltellante coi bassi di Pasquale e i virtuosismi reggaeggianti di Angelo e poi sotto il ritornello di Sergio. Penombra improvvisa per un componimento originalmente dedicato al festeggiamento e alla tradizione. Entra in scena di diritto il credo riformista di influssi dub, rock e elettro della band sulle scorte di Battiato maestro e Subsonica contemporanei, che puntellano il fuoco sacro e le brezze mediterranee affacciate sul golfo di Napoli, lungo Tunisi e la Turchia espresse dal'interpretazione calorosa della voce. L'ererdità di Enzo Avitabile, Almamegretta e altri alfieri delle radici popolari inossidabili che Sergio conduce sul suo timbro profondo a nella potenza genuina del dialetto nel brano omonimo del'album.

"Fuje tu" affronta l'irrisolvibile questione del partire dalla propria terra per realizzarsi e intraprendere la scalata delle qualità personali. Oppur non fare le pecore, restare a combattere come Peppino Impastato pur in una natura matrigna e risicata negli orizzonti. "Fuje tu" dicono i Capobbanna, io ci rimango qui, anzi ritorno perchè non potrò mai fare a meno di alzarmi un mattino solo per godermi la mia baia di Trentova. Il mare filo conduttore e cellula protettiva in "Dal mare", l'inno più timido in cui i linguaggi dell'infanzia vincono sull'italiano attraverso un'autentica rigenerazione. La limpidezza dell'anima dialettale che progredisce in crescita all'interno di una dimensione universale passa lungo "Lassame ì", preghiera intimista, e "Nonna nunnarella", reinterpretazione new-age di una filastrocca caratteristica del Cilento, in un inseguirsi di stringate diverse che corronno al passo con l'avvincendamento di sonno e realtà della nonna minacciata dalla sua pecorella schiava.

La conclusione più legittima e ovvia di questo mio diario breve dei Capobbanna e dell'incontro con loro stà in "Un uomo", lo spartiacque da essi riconosciuto per spiccare in modo deciso il balzo all'esterno. Non a caso preferito alle altre canzoni come biglietto da visita e da conquista riuscita al Tour Music Fest del Piper davanti a Mogol, "Un uomo" costituisce il tentativo filosofico, l'affacciarsi dei Capobbanna sul tetto dell'attualità. Tanti tipi lontani di essere umano, soprattutto gli emarginati, i bistrattati, gli sfottuti un pò come il fratello figlio unico più famoso della storia. Ma non solo loro. Anche gli uomini in cima, dietro la staccionata, i falsificatori, gli eroi e i depositari della dignità.

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