MdS Editore
Venerdì, Novembre 24, 2017
Login Registrati

Accedi al tuo account

Nome utente
Password *
Ricordami

Threnos

Martedì, 09 Dicembre 2014 19:09

The Endless River

Scritto da 
Vota questo articolo
(1 Vota)
The Endless River - 5.0 out of 5 based on 1 review

Polly Samson. Un nome affascinante, indubbiamente britannico ma sollevato da scirocchi di sapore giudaico. Ma indubbiamente un nome che non dice nulla. Tantomeno un nome importante nella storia quasi cinquantennale della rock band progressive piu' famosa della storia. Invece oggi i Pink Floyd, anzi gia' nei 20 anni fa di The Division Bell, la nuova signora di David Gilmour dal 1994 e' riuscita non soltanto nell'impresa giunonica di essere la seconda eletta a rilasciare le sue impronte digitali nel Testamento floydiano dopo il fugace exploit della cantante Clare Jones nel "Gig in the Sky". La buona ma non tanto vecchia Polly (48 anni portati all' apparenza di dieci in meno, per effetto di un quarto di sottigliezza mandarina regalatale dalla madre cinese) e' stata battezzata dallo stesso David come la principale artefice della nascita del probabile ma non sicurissimo (Nick Mason a Rolling Stone si e' gia' lasciato scappare di bocca abbastanza) prodotto Pink conclusivo, nominato semplicemente "The Endless River" in sintonia con lo scorrere senza pause ma non fluido delle 18 tracce piu' 3 box tracks (“TBS9”, “TBS14”, “Nervana”) corrisposte in un regime ortodosso di musica ambient e nostalgica. La Polly si dice abbia spinto il Gilmour a rimettere assieme sotto il benestare dell'operaio Mason i resti delle session partorite trale pause di Division, quando ne erano trascorsi quasi dieci dall'abbandono in gloria personale di un sempre piu' velenoso Roger Waters, ma soprattutto all'epoca del ripescaggio dell'imprenscindibile arte di Rick Wright, sottovalutato ingegnere del marchio di casa che nel 2012 ha dovuto arrendersi ad un male fuori dal controllo di questa vita.

A mio modesto avviso l'incantesimo trascendentale della piu' grande rock-band della storia gia' lanciato alla primordiale epoca barrettiana (sempre profondamente omaggiata), per poi far tremare le fondamenta della musica in un decenio intero da Atom Heart Mother sino all'apoteosi del Wall. E proprio durante il completamento di quest'ultima grande perla che Roger Waters portò a termine il suo colpo di stato per imporre ufficialmente una dittatura all'interno della band gia' latente e nota. Forte della sua indispensabile (e geniale assolutamente) leadership nella composizione dei brani, il bassista espulse dai Pink Floyd Rick Wright, "mina vagante" per la sua dipendenza dalla cocaina e per la personalita' (sottovalutata e tanto) avvicente in termini musicali. Cosi era nato quattro anni dopo il suo "capriccio" ad immagine e somiglianza, quel The Final Cut, la cui didascalia dice tutto: «The Final Cut – A requiem for the post-war dream by Roger Waters, performed by Pink Floyd: Roger Waters, David Gilmour, Nick Mason» .

I Pink avevano smarrito il magico senso di altezza che aveva sovarcato le frizioni tra i suoi componenti, soprattutto Waters e Gilmour, e li aveva condotti nell'Olimpo. Il disfacitore Waters toltosi il capriccio (riuscito davvero male) del Cut abbandonava gli altri dichiarando tra l'altro di essersene stufato, nel colmo piu' totale. Tutto cio' accadeva nel pieno degli anni 80, un'era lontanissima dai trionfi anni del decennio prima. Seguiva lo scontro in tribunale sul possedimento del titolo di "Pink Floyd", che celebrava la vittoria (almeno una) degli alleati Gilmour e Mason, e il loro tentativo in sordina di non far spegnere totalmente un mito gambizzato sul piu' bello. Il ritorno imprescindibile di Rick Wright, i buoni tentativi nella mia opinione di A momentary Lapse (1985), e quelli meno confortanti di Division Bell (1994), un bel po' di milioni tirati su con il tour e Pulse (1995), la brutta riunione al Live Aid e la dipartita di Rick Wright. E adesso The Endless River. Un disco testamentario?La fine per davvero?Io non credo per davvero. E poi, come abbiam detto all'inizio, Mason si e' lasciato sfuggire piu' di una parola su eventuali prospettive future.

L'annuncio del nuovo disco dopo quasi vent'anni di silenzio e' avvenuto il 5 luglio scorso con un tweet pubblicato manco a dirlo dal profilo della Polly Samson, un mezzo non usuale per i Pink che due giorni dopo ne hanno rilasciato una nota uffuciale sul loro sitoweb. L'album in Europa come nel Resto del Mondo e' arrivato nei negozi di dischi il 10 Novembre, riscuotendo attesa e prenotazioni a iosa immediatamente.

Partiamo dalla copertina. Purtroppo non e' stata partorita dalla mano giottesca di Storm Thorgeson, il grafico islandese padre del maiale, delle mucche, del triangolo, del muro fino allesculture di Division Bell. Storm e' infatti venuto a mancare l'anno passato, ragion per cui all' Hipgnosis il suo partner Audrey "Po" Powell ha ricevuto l'ingrato compito di trovarne un sostituto. La scelta audace si e' rovesciata su un'artista digitale egiziano piu' giovane di Thorgerson di oltre mezzo secolo, tale Ahmed Emad Eldin, 18 anni e non poter credere alle proprie orecchie quando Powell ha ritenuto perfettamente da Pink Floyd la sua creazione di un uomo che conduce la sua zattera al di sopra delle nuvole in un'atmosfera eterea. A dirla tutta, sia critica che fan che il sottoscritto non hanno apprezzato moltissimo quest'immagine, apparsa forse troppo spoglia e poco simbolica al pari dei mosaici del mostro sacro Storm.

Nostalgia, meglio che dire delusione, e' il sentimento che attanaglia nel presentarsi davanti alla cover e poi accendere "play" sulla prima traccia, "Thingsleft unsaid". Non si sente la voce grave e rassicurante di Gilmour, fin da subito si avverte di ritrovarsi all'interno di un esperimento stilistico e ambient all'esponente che non puo' certamente essere definito brutto data la qualita' musicale espressa dal trio alle sue spalle. Come ha dichiarato David Gimour, "il fiume senza fine"del titolo stabilisce un filo diretto con il precedente Division Bell, recuperando l'ultima frase di "High Hopes" ("the endless river forever and ever"), e si pone il modesto fine di trasmettere all'ascoltatore la sensazione di entrare nel flusso continuo e onirico venutosi a creare nell'incontro tra le menti di lui e dei suoi soci. Il risultato che si evince alla fine dei 55 minuti di ascolto del disco (comprese le bonus-tracks "TB59", "TBS14" e "Nervana", alcuni dei pezzi migliori) e' apprezzabile per certi motivi ma non memorabile per altri, a cominciare proprio dalla mancanza di fluidita' e unitarieta' delle tracce.

L'album si presenta suddiviso in 4 sides o capitoli, che raccolgono dalle 4 alle 6 tracce a testa, ma non giungono alla fine a mettere in luce una distinzione di spessore tra l'una e l'altra. Per udire il primo brano cantato bisogna scorrere sino agli ultimi battiti del cd, con la "Louder than words" conclusiva, scritta a quattro mani da Gilmour e la "famosa" Polly Samson. In mezzo tra il promettente incipit di "Things left unsaid" moltofumo ma poco arrosto. Non si puo' nascondere che aleggi alla base della maggior parte delle liriche il tocco suadente di Rick Wright, sicuramente l'aspetto piu' significativo e ben riuscito dell'apparato. Pochi strascichi di parlato galleggianti registrati dalla voce del compianto Rick e tramurtatisi poi in lievi scriminature di Gilmour sul fondo delle acrobazie delle tastiere (alla Dark side of the Moon) disegnano nell'immediato un clima sospeso e rilassante, che per tale ragione permette di poter definire Endless River un riuscito disco ambient, godibile da questo punto di vista senza dubbio. Visioni multiformi si addensano nel successivo "It's that we do", forse il pezzo piu' bello di tutto il lotto, quello piu' audace e spontaneo. "Ebb and flow" chiude timidamente il momento metafisico della prima parte, che lascia spazio ad una side n.2 anticipata da spifferi di tempesta e lampi di elettronica che si inseguono lungo un arco di quattro tracce ("Sum","Skins","Unsung" e "Anisina"). In questa sezione entrano in campo massicciamente le percussioni di Mason e l'orgoglio dei riffs di Gilmour che duellano sopra un tappetto di distorsioni di marchio Floyd inconfondibile. Viene nostalgia dell' immortalita' di "The Wall" soprattutto ascoltando il finale di "Skins", ma il confronto si dimostra inglorioso dal momento che viene a mancare una certa dose di esuberanza che avrebbe potuto sortire un effetto di maggior spessore. Interessante e' "Anisina", strumentale dall'aria orientaleggiante e friabile grazie al sax-tenore e al clarinetto pilotati dal musicista israeliano Gilad Atzmon.

Segue la side 3, costituita da 7 tracce ("The lost art of conversation", "On noodle street", "Nightlight", "Allons-y 1", "Autumn '68", "Allons-y 2" e "Talkin Hawking") della durata di un minuto ciascuna. Ammiccamenti tumultuosi come nei due "Allons-y", malinconie di Atom Heart Mother in "Autumn '68" per Rick Wright, l'encomio al grande astrofisico Stephen Hawking nella clausola della sezione. Richiami adatti ad una possibile colonna sonora cinematografica che sarebbe dovuta essere ma non e'stata, per il nuovo film dei fratelli Wachowski come ha rivelato recentemente sempre Mason. E per concludere l'ultima sezione, la n.4, la piu' studiata e sperimentale della raccolta, in cui campeggia un'alternanza vorticosa tra le cavalcate elettriche di Gilmour e gli echi minimalisti lanciati da Wright. Il registro sinistro delle prime tre tracce ("Calling", "Eyes to pearl" e "Surfacing") si spegne in un climax rapido per distendersi definitivamente nel manifesto finale della band, l'autoreferenziale "Louderthan words" in cui David Gilmour riattiva le corde vocali supportato da un coro angelico con il quale si fonde in armonia.

Ritorniamo all'atmosfera di rilassatezza della prima side, assorbendo le massime recitate dai tre superstiti suuna storua di successi iniziata 50 anni fa e mai cancellabile, nonostante l'eta', i litigi e la sazieta' abbiano segnato la perdita dello smalto migliore. Ma oltre l'Olimpo e al nucleo del Nirvana, i quattro ragazzi britannici c'erano gia' entrati di diritto subito dietro ad altri fenomeni conosciuti come Beatles, e nulla importa se oggi alla fine di "Endless River" ti prende il desiderio di rispolverare le vecchie pietre miliari, piu' che di riascoltarti questo ultimo disco "normale". L'alchimia Floyd non verra' mai dimenticata, e loro stessi ne sono ben consapevoli:


È piú forte delle parole

Questa cosa che facciamo

Piú forte delle parole

Il modo in cui si spiega.

È piú forte delle parole

La somma delle nostre parti

Il battito dei nostri cuori

È piú forte delle parole.

Piú forte delle parole. ("Louder than words").

https://www.youtube.com/watch?v=Ezc4HdLGxg4

 

Letto 3942 volte